domenica, 18 febbraio 2007

Ho appena messo giù il telPetit Lucciolaefono.

Telefonata di lavoro. Spiacevole.

Ho dovuto ricordare che, dopo tre mesi che ho iniziato il “progetto”, non ho ancora visto un soldo.

Come pretendono che possa vivere? “Ma, si metta nei nostri panni, ci hanno bloccato i pagamenti…”.

Metto giù il telefono, scendo le scale, passo a fare un saluto a mia nonna prima di prendere la macchina per la seconda riunione della giornata. Stamattina a Trivero, oggi a Biella, domani a Chieri, e in quattro giorni finisco il pieno. “Ma, si metta nei nostri panni, ci hanno bloccato i pagamenti…” e nei miei panni? Non si mette mai nessuno?

Entro da mia nonna, la prima cosa che mi chiede è:

Il lavoro?

Sempre uguale

Ma si può sapere che lavoro fai?

Lo sai, te l’ho spiegato tante volte, ho tanti lavori diversi…

Ormai non ho più la voglia di spiegare a lei e a tutti quelli “non abituati a pensare a progetto” che due ore faccio la docente, a volte la consulente e per lo più la ricercatrice… e poi faccio interviste.

Incalza: “Ma te le mettono le marchette?

No, non prendo abbastanza

Cosa vuol dire che non prendi abbastanza? Se uno lavora gli spettano le marchette!! E poi tu che hai studiato tanto…”.

La guardo negli occhi e capisco quello che pensa: pensa che non può essere… pensa che devo essere io a non aver tanta voglia di lavorare e ad essermi scelta questi lavori strani…

La guardo, mentre si lamenta che la sua pensione la spende quasi tutta per la badante, e penso: “E io? Come sarà la mia vecchiaia? Quando capiterà un ictus a me? Dove li prenderò i soldi?

Francesca, 26 anni, Pettinengo

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domenica, 18 febbraio 2007

Caste System in IndiaOggi vado all’INPS. Tra l’intervista e la riunione dovrei avere tempo.

Entro e mi stupisco di essere di nuovo qui. Siamo a febbraio ed è il terzo contratto che deposito quest'anno…

Schiaccio il pulsante per il numeretto: LAVORO AUTONOMO.

Eh già, sono un lavoratore autonomo… fermi tutti, non sono un avvocato, un dentista, sono una lavoratrice a progetto… e con questo ultimo progetto, facendo una media, per i prossimi quattro mesi prenderò 600 euro LORDI, LORDI, LORDI! Niente malattia, niente maternità, niente stipendio tutti i mesi, figuriamoci la tredicesima… niente ferie pagate, spesso niente ferie del tutto, perché il lavoro, da brava lavoratrice autonoma, si prende quando c’è… e ultimamente c’è sempre!!

Ma è mal pagato.

Mi avvicino allo sportello. L’impiegata prende il contratto e mi apre l’ennesima posizione nella cassa SAPARTA (casTa separata???) dell’INPS. Poi si ferma un istante e mi chiede: “In questo contratto il datore di lavoro e una ONLUS?

Sì, c’è scritto

Allora non paga i contributi

Fermi tutti.

Nel senso che li paga lo Stato per lui?

Silenzio.

No, non li paga ma le vengono ACCREDITATI

“Cioè?”

L’impiegata non risponde. Come sempre non sa.

E a me viene una gran voglia di dirle: “Ah, ma allora… se vengono accreditati… non c’è problema! Dove lo trovo il catalogo dei regali? Ogni credito 50 punti Fragola?

Desidero COSI' tanto il servizio di porcellana da 24 da mettere nella credenza dell’appartamento che non avrò mai.

Francesca, 26 anni, Pettinengo

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categoria:contributi, pensione, marchette, inps, lavoro autonomo
domenica, 18 febbraio 2007

Elmetto Anti - insonniaIl momento peggiore è la mattina, quando sei ancora nel letto.

E’ naturale immaginarsi brevemente come sarà la giornata che ci aspetta.

Ma per me questo momento è frustrante: perché non ci riesco.

So che non dovrei farlo, dovrei sapere che tanto vale fare piani per la giornata.

Come si fa a programmare qualcosa quando si hanno 5 contratti a progetto? 5 supervisori, coordinatori, insomma 5 capi a cui devi rispondere, 5 progetti da seguire, con 5 modi diversi di lavorare. La flessibilità necessaria si eleva alla quinta e spesso finisce per diventare precarietà emotiva, sensazione di non riuscire a tenere insieme tutto.

Io accendo il portatile alle 8 di mattina, spesso lo spengo per ultima volta alle 11 di sera, se non più tardi. Ma l’ironia è che, tra gli innumerevoli spostamenti per il Biellese, gli imprevisti (anche quelli elevati alla quinta) e le richieste della famiglia (perché il mio studio è la camera che ancora occupo a casa dei miei genitori), alla fine della giornata magari ho lavorato sette ore, pur essendo in ballo per quindici, e ho guadagnato come averne lavorate 4 da operaio.

Ma la cosa più brutta è il senso di colpa.

Mi sento in colpa per non poter timbrare un cartellino, per non portare a casa la busta tutti i mesi, per non poter decidere la mia indipendenza, per arrivare a volte ad odiare la casa dei miei genitori e anche loro, che hanno voluto sviluppare fin da piccola la mia intelligenza, il mio senso critico, il mio amore per la cultura. Che mi hanno spinto a studiare, tanto, a cogliere tutte le occasioni: borse di studio, erasmus, leonardo… Certe volte li odio perché mi hanno cresciuto come una persona curiosa, che si è abituata ad essere indipendente, che ha vissuto da studente fuori sede, all’estero e che era convinta, illusa, che la società avrebbe premiato la professionalità, le capacità progettuali acquisite, la capacità di interfacciarsi senza problemi con gli altri Europei. Ma non è così.

Io ho aspettative troppo alte per una società che, mi viene da pensare, è costruita a misura d’uomo… mediocre.

Mi sento in colpa per quei momenti in cui mi viene da odiare i miei zii, andati in pensione a cinquant’anni, con 30 anni di contributi versati e con almeno altri 30 anni di vita davanti, che tutti i mesi prendono 1000 euro al mese e che vanno in vacanza due volte l’anno. Sempre e solo a Milano Marittima. Cazzo.

E tutte le mattine mi trovo ad invidiare la mia compagna delle scuole medie che ha smesso di studiare dopo il diploma e che adesso fa la centralinista con 8 anni di contributi alle spalle e 1000 euro al mese e, soprattutto, che tutte le mattine può contare sulla sua dose fisiologica di certezza.

Francesca, 26 anni, Pettinengo