Ho appena messo giù il tel
efono.
Telefonata di lavoro. Spiacevole.
Ho dovuto ricordare che, dopo tre mesi che ho iniziato il “progetto”, non ho ancora visto un soldo.
Come pretendono che possa vivere? “Ma, si metta nei nostri panni, ci hanno bloccato i pagamenti…”.
Metto giù il telefono, scendo le scale, passo a fare un saluto a mia nonna prima di prendere la macchina per la seconda riunione della giornata. Stamattina a Trivero, oggi a Biella, domani a Chieri, e in quattro giorni finisco il pieno. “Ma, si metta nei nostri panni, ci hanno bloccato i pagamenti…” e nei miei panni? Non si mette mai nessuno?
Entro da mia nonna, la prima cosa che mi chiede è:
“Il lavoro?”
“Sempre uguale”
“Ma si può sapere che lavoro fai?”
“Lo sai, te l’ho spiegato tante volte, ho tanti lavori diversi…”
Ormai non ho più la voglia di spiegare a lei e a tutti quelli “non abituati a pensare a progetto” che due ore faccio la docente, a volte la consulente e per lo più la ricercatrice… e poi faccio interviste.
Incalza: “Ma te le mettono le marchette?”
“No, non prendo abbastanza”
“Cosa vuol dire che non prendi abbastanza? Se uno lavora gli spettano le marchette!! E poi tu che hai studiato tanto…”.
La guardo negli occhi e capisco quello che pensa: pensa che non può essere… pensa che devo essere io a non aver tanta voglia di lavorare e ad essermi scelta questi lavori strani…
La guardo, mentre si lamenta che la sua pensione la spende quasi tutta per la badante, e penso: “E io? Come sarà la mia vecchiaia? Quando capiterà un ictus a me? Dove li prenderò i soldi?”
Francesca, 26 anni, Pettinengo









Oggi vado all’INPS. Tra l’intervista e la riunione dovrei avere tempo.
Il momento peggiore è la mattina, quando sei ancora nel letto.