martedì, 20 febbraio 2007
Io e rachele abbiamo entrambi contratti a tempo determinato, lei è al terzo consecutivo (ma qualcuno non mi ha detto che non si potrebbe fare?) io al primo, dopo due anni e mezzo di collaborazione a progetto. Entrambi riceviamo continuamente pacche sulle spalle che vogliono dire "Bravo!", "Complimenti!", "Purtroppo la nostra attuale situazione non ci permette di assumerti a tempo indeterminato, ma sappi che per noi fai parte dello staff pienamente", "E' solo una questione formale perchè noi abbiamo bisogno che tu lavori qui". Già, peccato che ora noi abbiamo bisogno di comprare  una macchina e che per ottenere un piccolo finanziamento devono venire a firmare anche mamma e papà, giusto per assicurarli che anche dal primo gennaio 2008 ci sarà qualcuno con uno stipendio che garantirà il pagamento. E così, in un modo che la dice lunga sull'autunomia di chi pochi mesi fa ha deciso di sposarsi, la macchina andrà a buon fine.
Ora insorge un nuovo problema: io e rachele siamo talmente bizzarri che a poco meno di 30 anni vogliamo avere un figlio, e da qui si aprono scenari da barzelletta. Sono mesi che ci informiamo sulle garanzie che la maternità di rachele possa estendersi, nei suoi benefici economici, anche dopo il termine del suo contratto (previsto per settembre 2007) perchè non vi sono speranze che questo le venga rinnovato mentre è in maternità.
E dopo ricerche da azzeccagarbugli ancora stiamo aspettando, ed aspetteremo di vedere cosa accadrà del contratto...
Ci piacerebbe anche comprare casa prima o poi, così tanto per non pagare affitti all'infinito, ma mi viene da ridere anche solo a pensarci.
Diciamo che per il momento tutto quello che ci possiamo permettere è di vivere con Camillo ed Achille, rispettivamente un gatto di cascina salvato dal genocidio che ha colpito tutti i suoi fratelli ed un cane di pura razza di canile: almeno la loro situazione è decisamente migliorata da quando sono venuti a vivere con noi.
E la cosa che mi fa più incazzare è che in questo momento politico la questione "famiglia" viene affrontata dal punto di vista preminentemente etico e morale, mentre io penso che parlando di diritti si dovrebbe parlare di ben altro: sembra che un bel matrimonio sia la panacea per tutti i problemi che devono affrontare due persone che decidono di condividere la propria vita, che questi cazzo di diritti ti piovono in testa nel momento in cui entri nella piena legalità dell'unione davanti a Dio e davanti allo stato. Beh, io e rachele ci siamo sposati perchè era la cosa che più volevamo, e ci siamo sposati in chiesa perchè sentivamo che quello era il modo in cui volevamo espriemere le intenzioni l'uno nei confronti dell'altra, e anche nei confronti delle persone che costituiscono la nostra comunità. Ma che da tutto ciò discendano diritti su casa, lavoro e figli è tutto da provare: per me diritti vuol dire che avere un figlio dovrebbe essere una decisione che riguarda me e mia moglie, e non me, mia moglie, il nostro conto in banca e i nostri contratti di lavoro.
Al di là dei miei sfoghi mi rendo anche conto che noi siamo messi molto bene per essere dei precari, quando parlo con i miei colleghi che hanno contratti a tempo indeterminato mi sento rodere dentro dal nervoso, ma quando parlo con tanti miei coetanei mi sento un privilegiato, perchè almeno il lavoro che facciamo, sia io che rachele, ci piace.
 
Simone, Rachele, ed i quadrupedi di famiglia Camillo ed Achille, Favaro Biella.
domenica, 18 febbraio 2007

Stiamo camminando velocemente, un po' sudati e
ansimanti, con la testa china e un grosso fardello
sulle spalle, finché ad un punto, per un momento, ci
fermiamo e alziamo la testa.

Oltre alle inquietudini più comuni: lavoreremo ancora
tra sei mesi o un anno? Cosa succederà quando saremo
anziani e senza pensione? Cosa succede se ci capita
una brutta malattia? Pensiamo, guardando la montagna e
il sentiero che ci aspetta: cosa ne sarà dei nostri
figli? Se anche solo uno di noi due si dovesse
ammalare e "perdere" il proprio straccetto di lavoro,
cosa potremo garantire loro e cosa ne sarà di noi? E
se si ammalano i nonni-salvadaio, a partire da domani,
che ne sarà di tutti noi?

Ci voltiamo, allora, a guardare la pianura, lontana, e
il sentiero fatto finora. Non ci chiediamo : perché la
società ci fa laureare e poi ci tratta così male,
perché una risposta la vediamo nella bassa
partecipazione politica dei giovani - nel senso più
ampio di partecipazione alla vita della polis. E non ci
chiediamo nemmeno: ma perché i più anziani ci hanno
portati a ciò, e oggi se ne fregano e pure ci deridono
o ci denigrano, perché siamo convinti che la loro vita
si sia svolta in un altro mondo, fatto di altre
regole, vincoli e opportunità, e adesso proprio non
capiscono cosa stia succedendo.

Ci rimettiamo in marcia, e ci domandiamo, mesti: ma
per quanto tempo potrà durare tutto questo? Quando
media e gadgets imbonitori cesseranno i loro effetti
narcotizzanti e la rabbia che c'è, oggi repressa,
emergerà irresistibile? Succederà mai una "rivoluzione
dei precari", magari una "rivoluzione giovanile",
oppure tutto proseguirà sempre così, immobile,
instabile, precario appunto, in una guerra tra poveri
sempre più affamati, rabbiosi, feroci e quindi sempre
più poveri?

Non riusciamo più a marciare: proviamo a togliere
ancora qualcosa dal nostro pesante fardello : ci
saranno sicurametne ancora cose che potremo togliere e
così facendo alleggerirci il cammino! Ma c'é anche
qualcosa di più grande, di irrinunciabile: ci sono
anche i nostri due bimbi!

Li guardiamo bene, innocenti e sereni, e ci chiediamo:
sono piccoli, adesso, ma se sapessero cosa stiamo
costruendo per loro, cosa penserebbero di noi?


Emilio e Manuela, 31 anni e due figli, Biella,
entrambi
lavoratori precari nel settore sociale

postato da: framene alle ore 14:47 | Permalink | commenti
categoria:figli, nonni, impossibilità di un futuro, precarietà emotiva